Una delle questioni più discusse (o sarebbe meglio dire abusate) degli ultimi anni è indubbiamente quella relativa al femminismo e alla lotta per i diritti delle donne. Molte stelle dello spettacolo si sono rese promotrici di questi ideali, che raggiungono consensi sempre maggiori anche grazie alle incredibili figure che popolano il grande e piccolo schermo. Chiunque, almeno una volta nella vita, ha letto una delle avventure di Sherlock Holmes e del suo fedele aiutante John Watson, protagonisti della saga crime più famosa di tutti i tempi. E nel caso in cui non aveste letto delle loro vicissitudini, vi sarà capitato di vedere uno dei film dedicati, o ancora più semplicemente un episodio di Sherlock, celebre gioiellino della BBC.

Ebbene, oggi voglio parlarvi di quella che secondo me è la storia più interessante.

Sherlock Holmes? No, Joan Watson. 

Sì, avete capito bene, Joan. La particolarità fondamentale di Elementary, show di grande successo della CBS, è proprio la sostituzione della figura maschile di Watson con una femminile (interpretata magistralmente dalla fantastica Lucy Liu).

Apparentemente Watson di Elementary è molto simile a qualsiasi Watson uomo che sia mai stato raccontato: è un ex dottore e ha subito un grave trauma che l’ha portata ad abbandonare la professione, sebbene non sia legato a un passato militare come in tutti gli altri casi. Eppure lei è l’unico Watson che viene considerato al pari di Sherlock; non la spalla ingenua costruita da Conan Doyle né l’aiutante con qualche sporadica intuizione come nei precedenti prodotti audiovisivi. Joan Watson parte come sober companion, un aiuto per i tossicodipendenti, che affianca Sherlock nel corso della sua terapia di riabilitazione.
E mentre lui lavora ai casi lei studia in silenzio, impara, fino a diventare una detective a trecentosessanta gradi e, talvolta, giungere alle giuste conclusioni ancor prima di Sherlock stesso. La cosa più incredibile è che Sherlock, per quanto preso da se stesso, dalla lotta infinita con il padre e l’amore/odio per Jamie Moriarty (anche in questo caso c’è stato un furbissimo cambio di sesso), non solo non può fare a meno di Watson come aiutante, ma la rende addirittura sua partner, perché riconosce in lei delle capacità mai viste prima.
Il ragionamento freddo e logico di lui cede un po’ di posto alla calda umanità di lei, che riesce a guidarlo non solo attraverso la risoluzione dei casi ma anche nella vita stessa, nelle relazioni umane.

In conclusione, Elementary trasmette agli spettatori un messaggio estremamente importante: non conta quanto radicata sia l’idea che abbiamo di un determinato personaggio, perché una sfumatura diversa può farcelo apprezzare ulteriormente. E nel caso di Joan Watson, persino piacere di più.


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Sceneggio cose, mangio sushi e proteggo Daniel Sharman dal mondo.